I peperoni imbottiti di zia Dina

10/09/2014

I peperoni imbottiti di zia Dina

 

Era dai tempi de “La Tragedia delle Pigne Pasquali dimenticate” (un giorno vi racconterò, promesso!) che mamma non chiamava zia al telefono per chiedere lumi su una ricetta. Il fatto è che la sera prima ero tornata a casa tutta allegra con un bel sacchetto di carta pieno di peperoni rossi e verdi. Non quelli soliti, alti e affusolati. Parlo di quei peperoni piccoli e tondi, simili a grossi fiori colorati, della grandezza dei pomodori da riso. “Sono quasi troppo carini per essere cucinati... li prendo!” ricordo di aver detto al fruttivendolo.
 
Quello che allora non sapevo è che la mia decisione avrebbe provocato un curioso scambio d'opinioni tecniche tra me e mia madre.
Penso che domani proverò a farli al forno, con un ripieno a base di patate e formaggio” le ho spiegato mentre li sistemavo in frigo.
Mai sentiti” ha sentenziato mia madre con un'espressione da giudice di Masterchef.
Beh – ho replicato io, accusando il colpo – ma allora come li facevate dalle vostre parti?”.
Purtroppo lei non se lo ricordava.
Così per tutta risposta il mattino dopo mi ha consegnato un bigliettino scritto a mano fitto fitto, con la ricetta che zia Dina le aveva appena dettato al telefono.
 
La sorella di mia madre è una donna intelligente e dal carattere forte, di quelle che nella vita hanno saputo essere l'asse portante della famiglia italiana tradizionale. Fin da piccola si è presa cura dei suoi fratelli e ha cresciuto mia madre. Per questo (era l'Italia del dopoguerra) venne ritirata da scuola, pur essendo tra le prime della classe. All'epoca era così che si usava quando i bambini di una famiglia restavano orfani di madre: la maggiore se ne faceva carico. A Pasqua o a Natale zia Dina veniva spesso a trovarci a Roma con il marito e i miei due cuginetti portando una grossa cesta da pic-nic piena di marmellate e ottimi dolci fatti in casa. Lei è stata sempre una forza in cucina e pur essendo oggi in età pensionabile potrebbe ancora battere in energia ed efficienza qualunque moderno robot da cucina.
 
Capirete dunque che di fronte a quel foglietto non potevo esimermi.
 
Questa è la ricetta - più o meno come l'ho capita io decifrando la calligrafia di mia madre. Le dosi non ci sono e perciò potrete regolarvi a vostro gusto.
 
Infornate i peperoni a 160 gradi in una teglia unta d'olio, in modo da arrostirli un po'. Io li ho lasciati per 20 minuti, ma dipende dalla grandezza.
 
Nel frattempo preparate il ripieno usando mollica di pane (anche raffermo), aglio schiacciato, olive (io ho usato quelle nere, fatte a pezzettini), abbondante parmigiano grattugiato, prezzemolo tritato, basilico spezzettato e un po' di pomodoro (o come variante pomodorini sbucciati, privati dei semi e tagliati a pezzetti). Assaggiate ed aggiustate di olio e di sale. Il ripieno dovrà risultare morbido, ma comunque piuttosto consistente perché assorbirà l'umidità dalla polpa dei peperoni in cottura.
 
Sformate i peperoni e aspettate che intiepidiscano. Con un coltellino affilato ricavate dalla parte superiore dei coperchietti. Svuotate i peperoni dell'acquetta interna, dei filamenti bianchi e dei semi. Riempiteli con la farcitura, chiudeteli con il coperchio e versatevi sopra un filo d'olio per non farli bruciacchiare troppo. Infornate a 160 gradi per 45 minuti circa (il tempo dipenderà comunque dalla grandezza dei peperoni).
 
Serviteli tiepidi. Il giorno dopo sono ancora più buoni.
Buon appetito!

 

 

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